L’illusione dell’appartenenza tra pellicola e feed

Nelle metamorfosi urbane di Nikki S. Lee l'anticipazione della nostra ossessione per trend ed estetiche social

di Carla Napolitano
Credits Photo Nikki S. Lee (pagina Instagram: @nikkislee)

C’è uno scatto, datato a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio, che sembra quasi uno screenshot catturato mentre si scorre un feed contemporaneo. Una ragazza giovane, con i capelli biondo platino leggermente spettinati, calzoncini di jeans, top rosa cropped e le braccia aperte sul telaio della porta di una roulotte. In basso a destra, i numeri arancioni impressi dalla pellicola segnano il tempo con la precisione clinica delle vecchie macchine fotografiche amatoriali. ​Quella ragazza è Nikki S. Lee, artista e fotografa sudcoreana classe 1970, e l’immagine fa parte del suo celebre ciclo Projects (1997–2001).

​Un lavoro ambizioso, radicale e intimamente umano. Per quasi cinque anni, Lee ha scelto di penetrare nelle pieghe di differenti sottoculture e comunità urbane negli Stati Uniti — dagli Yuppies di Wall Street ai gruppi Hip-Hop, dai Punk agli anziani residenti nei parchi, fino alle comunità ispaniche e alle drag queen. Non da osservatrice esterna, né da reporter con il teleobiettivo da distanza di sicurezza. Lee trasformava radicalmente il proprio corpo e la propria estetica attraverso il trucco, il taglio di capelli, l’abbronzatura, la postura, persino con la mimica facciale e con l’attitudine verbale. Una volta integrata nella comunità, si faceva ritrarre da un passante o da un membro del gruppo con una semplice fotocamera compatta automatica. ​Il risultato non è un travestimento né una caricatura, ma uno studio profondo sull’identità come materia fluida, performativa e relazionale.

​Osservare oggi la fotografia di Nikki S. Lee significa fare i conti con uno specchio anticipatore della nostra contemporaneità. Molto prima che TikTok imponesse il flusso continuo di “aesthetic” e micro-trend a cui conformarsi, o che i filtri di Instagram e i ritocchi digitali rendessero quotidiane le trasformazioni della nostra immagine, Lee ha dimostrato come l’appartenenza sociale sia guidata da codici visivi che indossiamo per sentirci riconosciuti e compresi. Se oggi cambiamo stili, espressioni, palette cromatiche e persino modo di parlare a seconda del profilo o della piattaforma che popoliamo, la ricerca di Nikki S. Lee ci ricorda che il bisogno primario resta lo stesso, ovvero il desiderio di contatto e di inclusione.

Ma dove il presente digitale rischia spesso di ridurre la metamorfosi ad un semplice filtro applicato in un secondo sullo schermo di uno smartphone, l’atto fotografico di Lee richiedeva tempo, presenza fisica, esposizione reale ed un’immersione sincera nella vita dell’altro. ​In un’epoca di identità virtuali e narrazioni frammentate, riprendere in mano scatti come questo ci spinge a porci una domanda fondamentale per il nostro sguardo: quanto di ciò che mostriamo appartiene davvero alla nostra essenza, e quanto è il frutto del nostro infinito, umano bisogno di non sentirci soli?

Credits Photo Nikki S. Lee
(pagina Instagram: @nikkislee)

[“SCATTA” È UNA RUBRICA NATA PER VALORIZZARE L’ARTE FOTOGRAFICA E RACCONTARE IL SINGOLO SCATTO E LA PROFESSIONALITÀ CHE C’È DIETRO, NON VI È ALCUNO SCOPO COMMERCIALE ALLA BASE DI QUESTO LAVORO EDITORIALE]

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