Tra le onde alte: il salvataggio dei migranti con gli occhi di una volontaria dell’Humanity

di Luisa Sbarra

Cosa si prova a far parte di un ONG? Cosa si prova a prendere parte ad un salvataggio in mare? La giovanissima Dottoressa Paola Carrafiello (27 anni appena compiuti), laureata in Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali e assistente sociale, ci racconta la sua esperienza come volontaria per SOS Humanity, a bordo della nave che ha salvato la vita di 69 persone in mare (di cui 1 donna, 20 minori non accompagnati e 48 uomini). Partita il 31 marzo 2023 da Napoli, si è recata a Burriana, in Spagna, dove è ancorata la nave, con la quale è partita con l’intero l’equipaggio per la traversata, la Humanity 1, che altro non è che la ex Sea Watch 4, alla quale sono state fatte delle migliorie per rendere l’ambiente più confortevole.

  • Quale era la sua mansione a bordo?

La mia posizione era quella di Protection Officer. Il mio compito era quello di prendere i “primi dati” delle persone salvate: l’età, la provenienza, le parentele a bordo ecc., ma non il nome, perché l’identità sarebbe stata poi accertata ufficialmente dalle forze dell’ordine. A noi serviva un dato non specifico, non l’anagrafica completa. Inoltre, mi occupavo di rilevare le vulnerabilità a bordo, anche attraverso dei colloqui e poi di raccogliere e di inviare i dati alle varie unità e organizzazioni internazionali, che avrebbero supportato i ragazzi allo sbarco. Gli davamo un braccialetto con colori diversi per distinguere se fossero: adulti o minori. Anche il medico inseriva i dati sanitari. Insomma, erano tutti dati utili per far in modo che allo sbarco si avesse almeno un’idea di quello che sarebbe successo. Successivamente, gli rendevo nota l’informativa legale e gli spiegavo tutto quello che sarebbe successo dopo lo sbarco.

  • Cosa avete fatto in quei giorni a Burriana?

Messa a punto della nave, manutenzione generale per rendere la nave più accessibile e accogliente. Hanno trasformato il deck, che era scoperto, in un posto riparato e ospitale dove poter stare, installando anche docce con acqua calda. La traversata è lunga, solo dalla Sicilia alle acque libiche ci vogliono circa tre giorni. Abbiamo fatto dieci giorni di training per tutti. Ci hanno preparato tantissimo. Inoltre, si è creata una bellissima unione tra tutta la crew, nonostante non ci conoscessimo; siamo diventati una sorta di famiglia, ancora oggi ci teniamo in contatto e quando è possibile proviamo a vederci. Tornando a noi, dopo questi giorni a Burriana, siamo partiti e siamo arrivati a Siracusa, dove abbiamo terminato i momenti di preparazione. Abbiamo fatto scorte d’acqua, di carburante e di tutto quello che era necessario per la traversata. Dopo 3 giorni eravamo nelle acque libiche nella zona SAR (Search and Rescue, ndr).

  • Avete subito ricevuto segnalazioni?

Abbiamo ricevuto in totale quattro segnalazioni, ma solo la quarta è stata quella effettiva in cui abbiamo fatto il rescue. Alla prima segnalazione abbiamo trovato l’imbarcazione vuota e senza motore, la seconda solo l’imbarcazione bruciata con nessuno a bordo, eravamo arrivati tardi, e alla terza nulla. La quarta segnalazione, invece, l’abbiamo ricevuta verso le 22:00-23:00, con onde alte due metri.

  • Cosa avete fatto in quel momento?

Ci siamo riposati per arrivare carichi al salvataggio. Abbiamo trovato il gommone verso mezzanotte. Avevamo delle radio accese e sapevamo che al “Ready for rescue!” saremmo dovuti andare ad indossare il casco e il giubbotto salvavita e a prendere tutto l’occorrente. Tutto in pochissimo tempo. Sapevamo cosa dovevamo fare arrivati al deck e che avremmo ricevuto ulteriori istruzioni. Io con il mio collega ho preparato la mia postazione per la registrazione. Nel nostro caso è andato tutto bene, sono state salvate tutte e 69 persone. Molti di loro venivano dal Senegal, dall’Eritrea, dalla Nigeria, dal Ghana. Erano tutti in Libia da un bel po’ di tempo. Molti di loro non avevano intenzione di venire in Italia, ma volevano solo scappare e vivere meglio. Si erano ritrovati in Libia, dove hanno scoperto che non potevano né ritornare nelle proprie nazioni né andare avanti, fino a quando qualcuno non gli ha detto che c’era un gommone sul quale potevamo imbarcarsi. Non hanno avuto molta scelta, o muori lì, in Libia, o sul gommone. Erano partiti alle 6 del mattino, alle 11 e mezza già erano senza carburante e pensavano che sarebbero morti tutti in mare.

  • Ha avuto paura in quel momento?

No, per niente. È stato il momento più bello e adrenalinico che io potessi vivere. Ero lucidissima e pronta, anche perché mi avevano preparato molto bene. Ci avevano sempre tenuto alla comunicazione sana ed efficace, quindi, se tu avevi un problema, avevi una serie di punti di riferimento con i quali potevi parlare: il tuo buddy, lo psicologo, ecc. Ti sentivi veramente al sicuro mentre facevi il rescue, anche di notte, con le onde alte due metri.

  • Cosa avete fatto dopo il salvataggio?

Nei primi giorni successivi le persone salvate hanno riposato per riprendersi. Successivamente, noi della crew, abbiamo cercato di creare un ambiente tranquillo e rilassante, mettevamo spesso la musica, li facevamo prendersi cura della propria igiene personale, gli fornivamo coperte e vestiti puliti, cercavamo di unirci a loro e socializzare. Siamo riusciti ad entrare tutti in armonia, loro si sono fidati di noi e noi di loro.

  • Quanti giorni siete rimasti così?

5-6 giorni, il tempo di arrivare a Ravenna, che ci era stato indicato come punto di sbarco. Durante la navigazione non c’è stato nessun problema, solo durante il rescue abbiamo rischiato di perdere una persona. Erano al freddo e al gelo da un bel po’ di tempo, il ragazzo si è sentito male. Subito sono intervenuti il medico e il paramedico, avevano paura che non ce l’avrebbe fatta, ma fortunatamente è andato tutto bene. Ricordo gli occhi di quel ragazzo che, appena ha visto la nave, si sono illuminati, perché aveva capito di essere finalmente salvo. Erano tutti sotto shock, perché avevano pensato di morire, non credevano che qualcuno sarebbe venuto a salvarli. Le onde erano alte due metri. Noi sulla nave ci siamo ritrovati l’acqua addosso, figuriamoci loro su un gommone minuscolo, di notte, senza carburante.

  • Qualche storia dei passeggeri l’ha colpita particolarmente?

Sì, quella dell’unica donna a bordo. Nigeriana, ancora minorenne è andata via di casa perché il padre si era risposato e la matrigna, gelosa di lei, voleva farla dare in sposa ad un uomo anziano; le era stato fatto credere che in Libia avrebbe potuto lavorare, ma è stata costretta a prostituirsi. Le avevano tolto i documenti e senza di essi, in Libia, vieni portata in carcere e torturata, fino a quando qualcuno non paga per la tua libertà.

  • Quante persone facevano parte dell’equipe?

Ventinove. C’era la Marine crew, i cui componenti erano assunti dall’organizzazioni e si occupavano della guida e della manutenzione della nave, tra cui il capitano, il second officer ecc. Poi c’erano i coordinatori dei vari team: della comunicazione, del care team e così via. Poi lo psicologo, il medico, il paramedico, l’ostetrica e tutto il gruppo dei volontari, che svolgevano a bordo la propria professione; sono persone che hanno deciso di utilizzare il proprio tempo libero fornendo comunque le proprie competenze professionali. A bordo parlavamo in inglese. Il team era di nazionalità mista: italiana, tedesca, messicana, spagnola. Avevamo età diverse ed è stato bello vedere che tanti giovani avevano “posizione alte”, la second officer aveva solamente 25 anni, ad esempio.

  • Quale era una giornata tipo sull’Humanity 1?

Sveglia alle 7 del mattino. Metti la divisa, che consiste in una maglia blu con il logo e le scarpe antinfortunistiche. Fai colazione alle 8, dopo, appuntamento tutti insieme per la riunione di briefing, dove si fa il punto della situazione. Successivamente si pulisce la nave. Non avevamo inservienti, eravamo noi della crew a pulire; era un momento di unione e condivisione perché si faceva tutto in coppia. Dalle 9 in poi comincia la propria giornata in merito al lavoro nel proprio team. A mezzogiorno si pranza, poi c’è un’ora di pausa e alle 14 si ricomincia. Alle 18 si cena e dopo capitava spesso che ci mettessimo a vedere un film o ad ascoltare musica. Prima del rescue c’era anche il turno di lookout nelle acque di ricerca con il binocolo per vedere se c’erano imbarcazioni da andare a soccorrere.

  • Partirà per altre esperienze?

Sì, probabilmente, se potrò, sempre con SOS Humanity. È un’esperienza che rifarei altre mille volte. Sognavo già nel 2016-2017 di farlo, dissi a mio padre: “Io un giorno sarò lì!”. Quando poi è successo davvero e ho saputo che mi avevano selezionata, ero quasi incredula. Ho sentito una forte gioia dentro di me, non mi sono mai sentita spaventa o non pronta. Non vedo l’ora di poterlo rifare!

[FOTO A CURA DI MARIA GIULIA TROMBINI]

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