Stefano Addeo alla fine è riuscito nel suo drammatico intento: rinunciare alla sua vita. Aveva scritto un post gravemente offensivo contro la figlia della premier Meloni, salvo poi scusarsi. Le scuse erano arrivate troppo tardi, la macchina era già partita. Aveva tentato il suicidio la prima volta ed era stato salvato. La seconda, invece, è stata fatale.
È stato allo stesso tempo vittima e carnefice di sè stesso, ma soprattutto è stato vittima della rete. Di quella rete che chiede a tutti di dire la propria, di essere visibili e presenti, che vuole tutto e non dà nulla in cambio. Quella che ti sputa fuori in un attimo e non perdona. Quella che non discute dei tuoi disagi ma li amplifica.
I messaggi di odio arrivati dopo la notizia della sua morte non fanno che alimentare ciò che tutti noi ormai sappiamo bene: la rete è un posto pericoloso se non sai camminarci dentro. Trovare persone che possano essere felici di una morte è preoccupante. Quella che i social stanno creando è una società deresponsabilizzata e dematerializzata. Si è convinti che dietro un post o un commento non ci siano responsabilità, che finisca tutto in un click. La realtà, però, è che quello che succede dietro ad uno schermo si riversa nella vita reale.
Viviamo in un mondo strano. Un mondo in cui la disapprovazione diventa condanna e il giudizio diventa sentenza. E non c’è nessun dolore di un familiare che tenga, nessun pentimento accettabile. La gogna è patibolo. Un mondo in cui la mattina vai al lavoro e porti i figli a scuola e la sera sul divano festeggi per una morte e senti anche l’esigenza di scriverlo. E questo non può essere un mondo giusto. Mai.