L’assassinio di Trotsky: la fine dell’opposizione a Stalin

(Fonti: World Socialist Web Site, HISTORY.com)

di Domenico Colella
Credits Photo Wikipedia

Il 20 agosto 1940 segna in modo letale una delle pagine più tragiche della storia del comunismo internazionale: l’assassinio di Lev Trotsky, uno dei principali protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre e tra i più acerrimi oppositori del regime stalinista. Colpito alla testa con una piccozza da Ramón Mercader, agente stalinista, Trotsky morirà il giorno seguente, dopo ore di agonia. Il suo omicidio, avvenuto in esilio in Messico, fu un delitto politico come tanti, eppure anche il culmine di una lunga guerra interna al movimento comunista internazionale.

Nato come Lev Davidovič Bronštejn nel 1879, Trotsky fu uno dei principali artefici della rivoluzione russa del 1917. Intellettuale e militante socialista fin da giovane, fu arrestato ed esiliato più volte sotto il regime zarista. Dopo essersi unito ai bolscevichi, diventò Commissario del Popolo per gli Affari Esteri e poi fondatore dell’Armata Rossa, con cui vinse la guerra civile russa contro le forze controrivoluzionarie e nazionaliste.

Nondimeno, dopo la morte di Lenin nel 1924, Trotsky entrò in aperto contrasto con Stalin, che nel frattempo stava consolidando il proprio potere all’interno del Partito Comunista. Accusato di «frazionismo» e di essere nemico della linea ufficiale del partito, Trotsky fu prima isolato, poi espulso dal partito e infine esiliato nel 1929.

Negli anni successivi, Trotsky visse in vari paesi: Turchia, Francia, Norvegia e infine Messico, dove ottenne asilo politico nel 1937 grazie anche all’intervento dell’artista Diego Rivera e della pittrice Frida Kahlo, con cui Trotsky ebbe anche una breve relazione sentimentale.

Ma la sua voce non si spense. Anzi, in esilio, Trotsky continuò a scrivere e a criticare ferocemente la degenerazione del regime sovietico sotto Stalin. Fondò la Quarta Internazionale, cercando di rilanciare un comunismo “puro”, internazionalista, rivoluzionario e democratico nei suoi metodi, opposto alla burocratizzazione autoritaria dell’Unione Sovietica. Questa attività pubblicistica e politica lo rendeva un nemico irriducibile per Stalin, che nel frattempo aveva già avviato le Grandi Purghe in patria, eliminando sistematicamente ogni potenziale oppositore.

La sera del 20 agosto 1940, Trotsky si trovava nella sua abitazione-fortezza di Coyoacán, sobborgo di Città del Messico. Aveva già subito un tentativo di attentato due mesi prima, nel maggio, quando un commando armato legato al pittore e stalinista David Alfaro Siqueiros aveva fatto irruzione sparando nella sua camera da letto (Trotsky ne uscì miracolosamente illeso).

Ma questa volta, l’attentatore fu più astuto. Ramón Mercader, un agente stalinista di origini spagnole reclutato dal NKVD (la polizia segreta sovietica), era riuscito a infiltrarsi nella cerchia di Trotsky, fingendosi simpatizzante e compagno di una delle segretarie del rivoluzionario. Aveva guadagnato la sua fiducia presentandosi sotto falsa identità come Jacques Mornard. Quel pomeriggio, Mercader chiese a Trotsky di leggere un suo articolo per ricevere dei consigli. Entrati nello studio, mentre Trotsky leggeva il testo, Mercader estrasse una piccozza da alpinista nascosta sotto il cappotto e lo colpì violentemente al cranio. Nonostante la ferita gravissima, Trotsky non morì subito. Gridò e lottò, attirando le guardie. Mercader venne subito catturato. Trotsky fu trasportato in ospedale, dove rimase cosciente per alcune ore, ma morì il giorno seguente, il 21 agosto 1940, all’età di 60 anni.

Figlio di una fanatica comunista catalana, Mercader era stato allevato nell’odio verso gli oppositori di Stalin. Addestrato dai servizi segreti sovietici, era stato scelto per la sua capacità di mentire, simulare e infiltrarsi. Dopo l’attentato fu arrestato dalle autorità messicane, processato e condannato a 20 anni di carcere (la pena massima secondo la legge messicana). Dopo la sua liberazione nel 1960, visse prima a Cuba e poi in URSS, dove fu decorato con il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e visse nel lusso. Morì nel 1978.

L’assassinio di Trotsky segnò la definitiva eliminazione fisica di ogni opposizione interna al comunismo sovietico. L’idea di un comunismo internazionale e non burocratico subì un colpo mortale. In vita, Trotsky era stato il teorico della «rivoluzione permanente», secondo cui la rivoluzione socialista doveva estendersi globalmente per sopravvivere, rifiutando il «socialismo in un solo paese» di Stalin. Dopo la sua morte, la sua figura restò a lungo demonizzata nei paesi del blocco sovietico.

Solo dopo il crollo dell’URSS il suo pensiero è stato in parte riabilitato come alternativa teorica e politica al totalitarismo stalinista. Oggi Trotsky viene studiato con maggiore imparzialità dagli storici. Se da un lato fu un uomo dall’autoritarismo spiccato (non esitò a usare la violenza durante la guerra civile), dall’altro rappresentò una visione alternativa e internazionale del socialismo. Il suo impegno intellettuale e politico, portato avanti fino alla morte, testimonia una coerenza rara nella storia del XX secolo.

Il luogo del suo assassinio, la Casa Museo di Coyoacán, è oggi visitabile. La sua tomba, nel giardino della casa, reca una semplice scritta con accanto una bandiera rossa. Quasi a dire che, malgrado tutto, l’idea rivoluzionaria per cui visse – e per cui fu ucciso – non è morta con lui.

Il 20 agosto 1940 è il simbolo di una lotta intestina tra due visioni del mondo, di cui una – quella stalinista – si impose con la violenza e la repressione. Ma la memoria di Lev Trotsky continua a sopravvivere, come quella di un uomo che, pur nei suoi limiti, non smise mai di credere nella possibilità di una rivoluzione giusta, internazionale e libera dall’oppressione.

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