La cattiva lezione degli USA e quel “tragico errore” dello stop all’aborto

Luisa Sbarra Luisa Sbarra3 Luglio 202210 min

Il 24 giugno 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha abolito la storica sentenza Roe v. Wade del ’73, considerata una pietra miliare della giurisprudenza Statunitense, con la quale aveva legalizzato, a livello federale, il diritto di abortire. Sembrerebbe una puntata di “The Handmaid’s Tale”, ma invece è la dura e triste realtà. D’ora in poi saranno i singoli Stati a regolamentare la materia per l’interruzione di gravidanza.

Dapprima era consentito abortire prima che un feto potesse essere in grado di sopravvivere autonomamente al di fuori del grembo materno (tra la 24esima e la 28esima settimana circa) e, anche al di là di questo limite, quando vi fosse un pericolo di vita per la donna. Tale sentenza è stata ribaltata poiché la Costituzione degli Stati Uniti non fa menzione specifica a questo diritto.

La decisione è stata presa con 6 voti a favore e 3 contrari da parte dei giudici. Mentre l’ex presidente Donald Trump esulta per questo cambiamento, Joe Biden l’ha definito un “tragico errore”, frutto di una ideologia estrema. Questo riforma adoperata dalla Corte ha suscitato notevoli polemiche e manifestazioni ed ha fatto sentire milioni di donne in pericolo; la paura è quella che, in questo modo, prenda il sopravvento l’aborto illegale, che metterebbe a rischio la loro sicurezza e le loro vite, ma non solo. Infatti, invalidare tale sentenza mette a rischio molti altri diritti considerati fondamentali.

Il diritto all’aborto in America è strettamente connesso a quello alla privacy. Con il caso Roe v. Wade, infatti, si giunse ad una nuova interpretazione del XIV emendamento della Costituzione, secondo il quale sussiste un diritto alla privacy inteso come diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima della donna. Ora quasi metà degli Stati ha intenzione di vietare o di limitare fortemente l’applicazione di questa pratica. In Kentucky, Louisiana e South Dakota è già stato così dopo l’emissione della sentenza.

In Italia il diritto all’aborto è stato legalizzato con la celebre quanto discussa L. 194/78. Sebbene sia possibile effettuarlo fino al 90° giorno di gravidanza (salvo casi particolari), di fatto non è così. Tralasciando l’influenza del confessionismo strisciante e di associazioni come “ProVita”, questa scelta non viene vista di buon occhio e spesso fortemente ostacolata da vari fattori.

La maggior parte dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, questo rende poco praticabile nel concreto l’aborto, soprattutto in alcune Regioni come il Molise, che ha un tasso di obiettori intorno al 92%. Fino a due anni fa, inoltre, in alcune Regioni, dove salivano al potere forze politiche fortemente conservatrici, era necessario per l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico un ricovero forzato di almeno 2 giorni, ma il Ministro della Sanità, Roberto Speranza, il 4 agosto 2020, ha aggiornato le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”, rendendo la pratica più semplice e maggiormente fruibile per qualsiasi donna.

Ora, infatti, è possibile utilizzare il farmaco RU486 presso le strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché presso i consultori, in regime di day hospital, su tutto il territorio nazionale.

Il problema è che non si investono risorse nella cosa più basilare, ma anche più giusta ed efficace: una sana e attenta educazione sessuale e alla contraccezione, scarsamente presente nel nostro Paese e in molti altri. Nonostante ciò non è possibile indietreggiare di così tanti anni e rendere non sicura la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza che dovrebbe essere garantita dal sistema del welfare. “Un tragico errore”.

Luisa Sbarra

Luisa Sbarra

Studentessa di Giurisprudenza alla Federico II di Napoli con la passione per la scrittura da sempre.

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