L’odio che vive in casa: la violenza omofoba che resta invisibile

Una violenza che vive soprattutto dentro le case

di Fabio Iuorio

Un padre imbraccia il fucile e spara al figlio perché è gay. Poi spara alla moglie, colpevole solo di essersi messa in mezzo. A Pieve di Camaiore, provincia di Lucca, la casa smette di essere un rifugio e diventa una scena del crimine. Non è successo per strada, fuori da un locale e per mano di uno sconosciuto: è successo dentro la famiglia, nel posto che dovrebbe proteggere di più e che invece, per un ragazzo omosessuale, può trasformarsi nel luogo più pericoloso in assoluto.

La brutalità dell’episodio fa notizia ma ridurlo ad un fatto isolato, all’ennesima follia di un singolo, significa perdere quello che davvero conta: Camaiore non è un’eccezione ma la punta più visibile di un fenomeno che attraversa silenziosamente migliaia di famiglie italiane, ogni giorno, senza sparare un colpo.

In Italia non esiste una norma che riconosca e contrasti in modo specifico i reati commessi per odio omofobico. Esiste un testo che avrebbe dovuto colmare quel vuoto, discusso, riscritto, rinviato, arenato tra un’aula e l’altra del Parlamento per anni, fino a fermarsi definitivamente. Il risultato è che chi aggredisce una persona per il suo orientamento sessuale in Italia risponde delle stesse norme che si applicherebbero a qualunque altra aggressione: nessun’aggravante specifica, nessun riconoscimento che quella violenza nasce da un pregiudizio strutturale e non da un impeto isolato.

Nel resto del mondo la situazione è poi ancora più drammatica. In diversi Paesi infatti l’omosessualità è tuttora reato penale, si finisce in carcere per chi si ama e in una manciata di Stati la pena prevista arriva fino alla morte. E dove la legge non colpisce direttamente, spesso la violenza arriva comunque tollerata da chi dovrebbe garantire protezione: forze dell’ordine che guardano altrove, comunità che isolano chi si dichiara diverso, sistemi giudiziari che archiviano invece di perseguire. L’Italia non è quello scenario. Ma la distanza è più formale che sostanziale.

C’è una violenza che finisce nei titoli dei giornali: aggressioni nei parchi, pestaggi fuori dai locali, insulti urlati a chi cammina mano nella mano per strada. Ed è quella su cui si concentra l’attenzione, quella che genera indignazione per qualche giorno. Poi c’è l’altra faccia, quella che Camaiore ha reso improvvisamente visibile: la violenza domestica, familiare, quotidiana, quella che non finisce quasi mai nei giornali perché non lascia tracce facili da misurare, perché si consuma dietro una porta chiusa, perché la vittima spesso non denuncia nemmeno a se stessa quello che sta subendo. È una dinamica comune a molte storie che non arrivano al fucile ma lasciano comunque cicatrici profonde: il ragazzo che rimanda il coming out di anno in anno perché intuisce già come andrebbe a finire; quello cacciato di casa a sedici anni; quello che cresce ascoltando disprezzo a ogni pranzo domenicale, imparando presto che una parte di sé va nascosta per sopravvivere dentro la propria famiglia.

Che senso ha parlare di sicurezza nelle strade, di illuminazione dei parchi, di telecamere fuori dai locali, se il pericolo più concreto per molti ragazzi e molte ragazze abita sotto lo stesso tetto? Chi cresce respirando rifiuto in casa porta quel peso anche fuori, nelle relazioni, nel modo in cui guarda se stesso. E la società che lo circonda, troppo spesso, non offre un argine ma un’eco: silenzi complici, leggi ferme da anni, un dibattito pubblico che si accende solo dopo la tragedia e si spegne nel giro di una settimana, in attesa della prossima.

Camaiore diventerà uno dei tanti casi citati nei prossimi dibattiti televisivi, uno dei tanti nomi evocati per qualche giorno prima di scomparire dall’agenda. Poi tornerà il silenzio, fino al prossimo fucile, al prossimo padre, alla prossima porta chiusa dietro cui nessuno guarda.

Cambiare non significa solo scrivere una nuova legge, ma smettere di considerare l’orientamento sessuale un problema da correggere, in casa come nelle istituzioni che dovrebbero tutelare chi in casa non è protetto. Camaiore ha reso visibile per un momento quello che migliaia di famiglie italiane vivono nell’ombra. La domanda, ora, è quanto ci vorrà prima che qualcuno smetta di guardare altrove.

Altri articoli

Lascia commento

Close Popup

Questo sito web utilizza cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella cookie policy. Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso in qualsiasi momento. La chiusura del banner comporta il consenso ai soli cookie tecnici necessari.

Close Popup
Privacy Settings saved!
Impostazioni

Quando visiti un sito Web, esso può archiviare o recuperare informazioni sul tuo browser, principalmente sotto forma di cookies. Controlla qui i tuoi servizi di cookie personali.

Questi cookie sono necessari per il funzionamento del sito Web e non possono essere disattivati nei nostri sistemi.

Cookie tecnici
Per utilizzare questo sito web usiamo i seguenti cookie tecnici necessari: %s.
  • wordpress_test_cookie
  • wordpress_logged_in_
  • wordpress_sec
  • wordpress_gdpr_cookies_allowed
  • wordpress_gdpr_cookies_declined
  • wordpress_gdpr_allowed_services

Rifiuta tutti i Servizi
SALVA
Accetta tutti i Servizi
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00