Ormai non è soltanto una questione di prezzi. Il caro-vita in Italia è diventato sempre più una questione sociale. Per molte famiglie italiane il ritorno alla normalità dopo l’estate coincide con il ritorno dei conti: affitti e mutui, bollette, spesa alimentare, trasporti, scuola, salute. Spese che si accumulano mentre i redditi, spesso, restano fermi.
A cambiare sono così anche le abitudini. Si rinuncia a una cena, a una vacanza, allo sport dei figli, si rimanda una visita o tutto ciò che non viene considerato indispensabile. E il fenomeno non riguarda soltanto chi vive già in condizioni di povertà: anche famiglie con un lavoro e due stipendi possono trovarsi a intaccare i risparmi e a ridurre progressivamente le proprie possibilità.
Ad agosto l’inflazione in Italia ha raggiunto il 3,3% su base annua, in accelerazione rispetto al 2,9% di luglio. A pesare sono soprattutto i beni energetici. Anche il pieno torna a incidere sui bilanci: la benzina self ha superato i 2 euro al litro, mentre il gasolio ha raggiunto quota 2,136 euro sulla rete stradale nazionale.
Dietro questi numeri che sembrano astratti, però, c’è una realtà concreta: con lo stesso reddito si compra meno e persino spostarsi può diventare una spesa da ponderare. Per chi usa l’auto quotidianamente per lavorare, accompagnare i figli o raggiungere un servizio sanitario, il carburante non è una scelta, ma un costo necessario.
È in questo passaggio che il fenomeno economico diventa sociale. L’impoverimento non si manifesta necessariamente nella perdita del lavoro o nell’impossibilità di pagare le bollette. Può iniziare molto prima, attraverso piccole rinunce quotidiane che, sommate, riducono la qualità della vita e la capacità di affrontare un imprevisto. Tra le prime spese a essere rimandate possono esserci anche quelle legate alla salute, soprattutto quando si tratta di percorsi psicologici, cure prolungate o assistenza a una persona fragile. Ed è qui che la vicenda di Pietralata assume un significato ancora più drammatico.
La morte di Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e della figlia Bianca, cinque anni e gravemente disabile, ha riportato l’attenzione sul peso economico, fisico e assistenziale che può gravare sulle famiglie chiamate a sostenere cure complesse. Gli investigatori stanno ricostruendo anche le spese affrontate dai genitori e le circostanze che hanno preceduto la tragedia.
Quella vicenda non può essere ricondotta semplicemente al caro-vita né a una sola causa. Ma pone una domanda che riguarda la società nel suo insieme: quanto può resistere una famiglia quando alle difficoltà economiche si aggiunge il peso della malattia e della cura? E quanto è forte la rete di sostegno attorno a chi non riesce più a farcela da solo?
Il caro vita, dunque, non riguarda soltanto ciò che costa di più. Riguarda ciò che le persone sono costrette a sacrificare. E quando la sicurezza economica si assottiglia fino a rendere ogni imprevisto una possibile crisi, il disagio smette di essere una questione privata e diventa una responsabilità collettiva.