Il 5 agosto 1962 Marilyn Monroe venne trovata morta nella sua abitazione di Brentwood, a Los Angeles. È una data entrata nell’immaginario del Novecento, anche se la precisione cronologica impone una distinzione: il corpo fu scoperto nelle prime ore del 5 agosto, mentre la morte viene collocata nella tarda serata del 4 agosto. Aveva 36 anni. La notizia fece immediatamente il giro del mondo perché non riguardava soltanto una celebrità del cinema, ma una figura già allora carica di significati contraddittori: desiderio, fragilità, successo, solitudine, industria dello spettacolo, costruzione dell’immagine femminile.
Nata Norma Jeane Mortenson a Los Angeles il 1º giugno 1926, Monroe era diventata in poco più di un decennio una delle attrici più riconoscibili del pianeta. Il suo nome era legato a film come “Niagara”, “Gli uomini preferiscono le bionde”, “Come sposare un milionario”, “Quando la moglie è in vacanza” e “A qualcuno piace caldo”, per il quale ottenne un Golden Globe.
Dietro la superficie luminosa della diva, però, la biografia pubblica aveva già lasciato intravedere crepe profonde: un’infanzia segnata da affidamenti e instabilità familiare, matrimoni molto esposti mediaticamente, difficoltà psicologiche, rapporti tesi con gli studios e una crescente dipendenza da farmaci sedativi.
Secondo le ricostruzioni più accreditate, nella notte tra il 4 e il 5 agosto la governante Eunice Murray notò che la luce della camera dell’attrice era ancora accesa e che la porta era chiusa. Non ricevendo risposta, avvertì lo psichiatra Ralph Greenson, che entrò nella stanza rompendo una finestra. Monroe fu trovata senza vita sul letto. Le autorità furono chiamate poco dopo. Nella stanza vennero rinvenute confezioni di medicinali e l’autopsia rilevò una quantità fatale di sedativi nel corpo. La conclusione ufficiale indicò come causa della morte un’intossicazione acuta da barbiturici; la modalità fu definita «probabile suicidio».
Questo punto è centrale, perché il caso Monroe è stato spesso raccontato al di fuori dei limiti documentari. Le ipotesi alternative, dall’incidente al complotto politico, hanno accompagnato la sua morte per decenni, ma la versione ufficiale rimane quella dell’overdose da farmaci. Nel 1982, a vent’anni dai fatti, la Procura della contea di Los Angeles riesaminò il caso dopo il riemergere di teorie e sospetti: la revisione non portò all’apertura di una nuova incriminazione e non produsse prove credibili di omicidio. Questo non significa che ogni dettaglio della notte sia stato ricostruito in modo pienamente soddisfacente. Al contrario, ritardi nelle comunicazioni, testimonianze mutate nel tempo e lacune investigative hanno alimentato dubbi e narrazioni parallele.
La morte di Marilyn Monroe ebbe un impatto enorme perché arrivò quando la sua immagine pubblica era ancora potentissima. Era già stata trasformata in un’icona della femminilità hollywoodiana, ma non era una figura del passato: era una star contemporanea, ancora al centro della cultura di massa. Nel 1962 aveva da poco partecipato al celebre compleanno del presidente John F. Kennedy, cantando Happy Birthday, Mr. President al Madison Square Garden, episodio che avrebbe contribuito a moltiplicare, negli anni successivi, letture politiche e scandalistiche della sua vita privata.
Il rischio, però, è ridurre Monroe alla sua morte o alle relazioni vere, presunte o romanzate con uomini potenti. La sua vicenda è più ampia. Fu una donna capace di costruire una carriera a partire da condizioni sociali difficili, di sfidare almeno in parte il controllo degli studios, di fondare una propria società di produzione, di studiare recitazione con Lee Strasberg e di cercare ruoli più complessi rispetto allo stereotipo della «bionda svampita». La sua comicità, spesso sottovalutata, richiedeva tempi, controllo del corpo e intelligenza scenica. In “A qualcuno piace caldo”, diretta da Billy Wilder nel 1959, ad esempio, Monroe mostrò una capacità rara di tenere insieme sensualità, vulnerabilità e ironia.
Proprio questa tensione tra persona e personaggio rese la sua morte ancora più destabilizzante. L’America del dopoguerra l’aveva celebrata come promessa di leggerezza e abbondanza, ma il suo corpo senza vita nella casa di Brentwood sembrò smentire brutalmente quella promessa. Il 5 agosto 1962 diventò così il momento in cui il mito Marilyn si staccò definitivamente dalla persona Norma Jeane. Da allora la memoria pubblica ha continuato a oscillare tra due errori opposti: santificarla come vittima assoluta o consumarla ancora una volta come oggetto di curiosità morbosa. Una lettura più seria impone invece di restituirle complessità. Monroe fu una professionista ambiziosa, una donna esposta a pressioni enormi, una star dentro un sistema cinematografico che usava e controllava i corpi femminili, una persona fragile seguita da medici e psichiatri, una figura capace di esercitare ancora oggi un’enorme attrazione culturale.
La sua morte nelle prime ore del 5 agosto resta un fatto storico preciso: un decesso per overdose da barbiturici, ufficialmente classificato come probabile suicidio. Tutto il resto, dalle domande aperte alle teorie più estreme, appartiene a un secondo livello: quello della memoria, della leggenda e della difficoltà collettiva ad accettare che una delle immagini più luminose del cinema americano potesse spegnersi in modo così solitario. Forse è proprio qui che si trova la ragione della durata del mito.
Marilyn Monroe non è rimasta nell’immaginario soltanto perché morì giovane, ma perché la sua storia continua a parlare di un conflitto moderno: quello tra identità reale e immagine pubblica, tra successo e vulnerabilità, tra desiderio degli altri e bisogno di essere riconosciuti come persone. Prima ancora che una diva, morì una donna di 36 anni. La memoria giornalistica dovrebbe ripartire da questo dato semplice, meno spettacolare delle leggende, ma più vero.