La Città Rossa: le vite di Taranto all’ombra delle torri dell’Ilva

di Nello Cassese

I danni sono stati molti e gravi“: esordisce ai nostri microfoni Ignazio D’Andria, storico barista del quartiere Tamburi di Taranto. “Io ho 7 amiche decedute per via dell’Ilva“, gli fa eco Cinzia Zaninelli, presidentessa dell’Associazione Genitori Tarantini. Quasi 30 anni di battaglie, morti e udienze. Il disastro ambientale di Taranto provocato dalla “convivenza” con l’Ilva, ora Acciaierie d’Italia, è una delle pagine più nere della storia italiana.

“Un razzismo ambientale”, come lo hanno definito i cittadini intervistati nel nostro viaggio tra le vie soleggiate e bellissime della città una volta perla della Magna Grecia. Un viaggio di oltre vent’anni attraverso le vite e le battaglie di chi ama la propria terra e lotta per una vita sana e giusta. “Il Quartiere Tamburi vive a ridosso dell’Ilva, è parte dell’Ilva, ci lavorano ancora migliaia di lavoratori. C’è chi vuole andare via ma è impossibile anche fare una valutazione degli immobili“: racconta Ignazio D’Andria che ci apre le porte del complesso di vite e case che è alle porte della maxi industria tarantina.

Un complesso di case arrossate dalle polveri ferrose, tanto che – ci raccontano – le persone hanno cominciato a ridipingere le abitazioni di rosso. Un rosso “vergogna” che – ci fanno notare – ormai ha colorato anche le tombe del cimitero del quartiere. “Andate lì, vedete la situazione, neanche i nostri morti hanno pace, vedete in che stato è l’acquedotto storico che è all’entrata dell’impianto“: ci racconta a telecamere spente Massimo Castellana, “combattente” di Genitori Tarantini, che aggiunge: “Il Lungomare di Taranto è uno dei posti più belli d’Italia ma ormai il nostro tramonto, che prima era equiparabile a quello di Napoli, ora è annerito da quei fumi che si vedono in lontananza e che coprono le luci del sole e del cielo. E’ una tristezza immensa, tanti sono complici di questo, soprattutto gli organi politici, e la cosa più triste è che ci hanno rimesso salute, e anche la vita, tantissimi bambini“.

Una storia che scoppia in tutta la sua forza nei primi anni Duemila grazie ad una scoperta, nel 2008, di Peacelink che fa analizzare un pecorino Dop tarantino scoprendo un alto tasso di diossina al suo interno, il triplo rispetto al livello consentito. “E’ stato uno schiaffo – racconta ancora Castellana – siamo entrati in un incubo, abbiamo scoperto che il 95% di diossina italiana era prodotta a Taranto“. Partono le indagini e le paure aumentano: la diossina aveva ormai contaminato anche il terreno e il mare che ospitava le famose cozze tarantine. Si corre ai ripari: la Magistratura fa uno sforzo immane, si comincia ad abbattere il bestiame, partono le ordinanze.

La situazione era ancora più grave di quella che avevamo segnalato – dice Alessandro Marescotti di Peacelink – Andava avanti da anni, non posso non citare una triste storia ai Tamburi. Anni fa si giocava nel campetto di quartiere e i ragazzi tornavano a casa tutti sporchi di rosso. Lì non c’era sabbia, si giocava su polveri tossiche di uno strato di 20 cm. Un giorno un allenatore disse basta e si smise di giocare. Dopo alcuni anni sono morti tantissimi calciatori di quella squadra, una vera tragedia, ci hanno scritto anche un libro“.

Quando eravamo piccoli giocavamo con questa polverina rossa, pensavamo fosse quella della fatina dei denti, non potevamo immaginare che questo avrebbe devastato una città intera – aggiunge D’Andria – Ora abbiamo i wind day, nei giorni di vento forte i bambini non possono uscire di casa“.

La scienza ci chiede precisione, i primi studi ufficiali non chiarirono una correlazione di causa ed effetto sull’inquinamento e l’aumento del tasso di mortalitàchiarisce la dottoressa Annamaria Moschetti dell’Ordine dei Medici di TarantoA questo punto giungeremo invece per via giudiziaria, quando i periti risposero al Giudice che, inequivocabilmente, esiste un nesso causale tra le emissioni dell’acciaierie e i morti a Taranto e le malattie provocate, soprattutto tra i bambini“.

Ma per ogni guerra c’è sempre una Resistenza, fatta di uomini e di donne. C’è, ad esempio, Maria Spada che lotta e resiste nei Tamburi:Sono mamma di due bambini autistici, è difficile ma non mollo. Il nostro quartiere ha tantissime cose belle, la politica dovrebbe aumentare l’assistenza. Noi siamo carnali, ci amiamo in maniera carnale. I ragazzi come i miei figli hanno tantissimo da insegnarci e trasmetterci“.

C’è poi Simona Mascolo, mamma di Andrea, il combattente più giovane di Taranto:Mio figlio è affetto da una malformazione che in tutto il mondo ha colpito neanche 10 bambini. Sono costretta a fare i salti mortali per le sue visite perchè qui non abbiamo un percorso unico ma, per fortuna, solo il reparto di oncoematologia pediatrica intitolato a Nadia Toffa, nato però grazie alla raccolta fondi dei cittadini. Fin quando ci sarà l’Ilva qui a Taranto non ci sarà futuro“.

Futuro e giustizia, i cittadini di Taranto non chiedono altro. L’Italia ha ancora un grosso debito da ripagare.

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