Quando la luce finisce: viaggio in una Cuba che resiste stanca

Quando un paese affonda, i numeri sono l'ultima cosa che conta

di Fabio Iuorio

C’è una cosa che ti rimane in testa quando leggi di Cuba in questo 2026. Non è il PIL a pezzi, non è il debito estero che non riescono più a ripagare, non è nemmeno la parola “default” che i giornalisti economici continuano a tirare fuori come se fosse la vera notizia. È qualcosa di molto più piccolo e molto più vero: una donna qualunque che vive all’Avana, che ogni tanto salta un pasto per riuscire ad arrivare a sera, e che quando le chiedono cosa pensa del futuro risponde che l’unica cosa sensata che riesce a immaginare è fare le valigie e sparire. Lei è Cuba adesso. Non i dirigenti del partito, non le dichiarazioni ufficiali, non le trattative diplomatiche. Lei.

La rete elettrica nazionale è andata in tilt, e non stiamo parlando di qualche ora di blackout ogni tanto, la roba a cui ci si abitua e poi si sistema. Stiamo parlando di venti ore al giorno senza corrente e a volte di più, visto che in certi giorni l’interruzione supera le ventiquattro ore. Fermiamoci un attimo a pensare cosa vuol dire davvero, e non come dato statistico, ma nella vita di tutti i giorni. Vuol dire che quello che hai comprato ieri nel frigo domani mattina è già da buttare. Vuol dire che tuo figlio torna da scuola e non può fare i compiti perché non c’è luce, e non c’è neanche modo di caricare niente perché non c’è corrente. Vuol dire che l’ospedale del quartiere lavora a metà, che le operazioni programmate saltano, che i farmaci che devono stare a temperatura controllata si rovinano. Vuol dire che i camion della spazzatura non girano perché non hanno gasolio, e i rifiuti si accumulano agli angoli delle strade sotto il sole dei Caraibi. Tutto ciò si trasforma nella stanchezza fisica e mentale di chi affronta ogni giorno come se fosse una piccola guerra di sopravvivenza, quella stanchezza che dopo un po’ smette anche di fare rumore, perché diventa talmente normale che ci si dimentica di quanto sia assurda.

La cosa più silenziosa e più devastante di tutta questa storia non si vede sull’isola ma fuori. Cuba negli ultimi anni ha perso una fetta enorme della sua popolazione, una percentuale che in qualsiasi altro contesto verrebbe definita un’emergenza demografica senza precedenti. I giovani, i medici, così come insegnanti e tante altre categorie se ne vanno in qualsiasi posto che offra qualcosa di diverso da quello che hanno lasciato. I cubani hanno smesso di chiamarla emigrazione, la chiamano esodo. E quando un popolo cambia il nome a una cosa del genere, vuol dire che ha già metabolizzato il fatto che non si tratta di scelte personali, di qualcuno che insegue un sogno o cerca fortuna altrove. Vuol dire che è diventato un movimento collettivo, quasi una risposta istintiva di massa a qualcosa che non regge più. Il problema è che chi parte non porta via solo se stesso ma anni di formazione, competenze, energie, la capacità di immaginare un futuro diverso.

Chi resta lo fa perché non può fare altro. Perché è troppo anziano, perché non ha i soldi per il viaggio, perché ha qualcuno a cui non riesce a dire addio. E chi resta vive con stipendi che in molti paesi del mondo non coprirebbero nemmeno un caffè al giorno, con pensioni che sono una cifra così bassa da sembrare un errore di stampa, con un’inflazione che cresce e prezzi che salgono mentre i salari restano fermi o scendono. Le code davanti ai negozi statali sono diventate parte del paesaggio, come le auto degli anni cinquanta che girano ancora perché non ci sono soldi per sostituirle. Solo che le code adesso sono più lunghe e quello che si trova alla fine è sempre meno: meno pane, meno latte, meno medicine. Il governo va in televisione ogni tanto ad annunciare che bisognerà stringere ancora un po’ la cinghia, come se la cinghia avesse ancora buchi dove stringerla. Il default, se arriverà, sarà solo il momento in cui qualcuno metterà un timbro ufficiale su quello che la gente comune vive già da anni. I mercati finanziari e i creditori internazionali certificheranno qualcosa che quella donna all’Avana conosce già perfettamente dal suo stomaco vuoto. La differenza è che lei non aspetta i comunicati stampa per sapere com’è messa.

Cuba non è una storia semplice e sarebbe disonesto raccontarla come se lo fosse. Per decenni ha costruito un sistema sanitario e un sistema scolastico che erano considerati esempi da seguire anche da Paesi molto più ricchi. In mezzo a mille contraddizioni, a limitazioni enormi delle libertà individuali, a un modello economico che mostrava le crepe già da tempo, aveva comunque garantito a tutti un pavimento minimo sotto i piedi. Nessuno moriva di fame per strada, i bambini andavano a scuola, le cure di base esistevano per chiunque. Quel pavimento adesso si sta sgretolando. E non per una ragione sola: c’è l’embargo americano che va avanti da decenni e che ha strangolato l’economia in modo reale e documentato; c’è un modello produttivo che non ha saputo aggiornarsi e che continua a mostrare limiti strutturali che nemmeno il governo riesce più a negare del tutto, c’è la perdita dei sussidi venezuelani che per anni avevano tenuto in piedi i conti e c’è una classe dirigente che risponde alle proteste con la repressione invece che con le riforme.

Tutte queste cose insieme hanno prodotto quello che vediamo adesso. Non è colpa di una sola cosa e non ha una sola soluzione. Ma nel mezzo di questa analisi complicata, rischiamo di perdere di vista le persone. Un Paese non è il suo governo, non è la sua ideologia, non è la sua storia ufficiale, non sono le sue statistiche economiche. È la somma di milioni di vite concrete, ognuna con i suoi problemi specifici e la sua fatica quotidiana. È la donna che salta il pranzo e pensa a dove andare. È l’anziano che ha vissuto tutta la vita sull’isola e adesso guarda i nipoti partire uno dopo l’altro senza sapere se li rivedrà. È il medico che ha studiato per anni in un sistema che si vantava della sua sanità pubblica e adesso lavora senza strumenti, senza medicine, con la luce che va e viene mentre visita i pazienti. È il ragazzo che non ricorda un’epoca in cui le cose andavano diversamente, che è cresciuto sentendo parlare di rivoluzione e di resistenza, e che adesso associa quelle parole soltanto alla mancanza di tutto.

Quello che sta succedendo a Cuba non è solo una crisi economica. È la lenta erosione della possibilità di immaginare un futuro decente senza dover prima attraversare un mare. E finché si parla di default, di sanzioni, di geopolitica senza mettere al centro quelle vite, si sta raccontando solo una parte della storia. Forse la meno importante.

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